Note di Cucina

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di Rodrigo García
con Giancarlo Fares, Giorgio Carducci, Raffaella Cavallaro, Alessandro Porcu, Sara Valerio Greco
adattamento e regia Giuseppe Roselli
al liuto Simone Colavecchi
scene Ciro Paduano
costumi Francesca Di Giuliano
disegno luci Marco Scattolini
aiuto regia Cecilia Di Giuli
consulenza musicale Maurizio Farina
foto e grafica Manuela Giusto e Omar Falcini

In Note di cucina quattro esseri umani parlano tra loro, ma c’è qualcuno che non è d’accordo e vuole parlare da solo. Ci sono anche un cantante e un liutista. Il loro parlare è un bizzarro elenco di appunti per fare bella figura con gli ospiti, di ricette e di consigli. I pensieri più oscuri e le emozioni più intime vengono esibiti come succulente e ricche pietanze su una tavola imbandida a festa. Note di cucina è uno spettacolo teatrale, è sedersi ad ascoltare e ridere della lotta per la sopravvivenza di quattro attori su un palco, è una festa di matrimonio. Ma è anche un elenco di consigli da non ascoltare, la dimostrazione che c’è qualcuno che ha, da sempre, provato a ingannarci.

Note di cucina, appunti per mangiare meglio, per vivere meglio in società, racconti di vite vissute al massimo delle proprie possibilità. Si parla di umanità e di relazioni.

Note di cucina scomoda il Rinascimento italiano e le regole del galateo per parlarci di contemporaneità. Note di cucina fa parlare le donne stufe degli uomini. Racconta di uomini che vogliono mangiare le donne o semplicemente invitarle a cena, ma che comunque le amano.
Note di cucina riversa su una tavola sempre troppo piena o troppo vuota l’insicurezza e l’istinto di piacere di uomini e donne che si confondono, si cercano, si perdono e si rivendicano. La musica è il loro tempo. E il tempo spesso è speso male.

Giuseppe Roselli

RASSEGNA STAMPA

Di fronte al pubblico, con tanto di grembiule, i quattro tagliuzzano zucchine, martellano carote e stendono la pasta per il pane, ma ciò che i personaggi sembrano sezionare, in realtà, è propria la loro vita: li vediamo maneggiare gli utensili da cucina come armeggiassero con un coltello che scava nelle piaghe, nelle frustrazioni, nei rimpianti e negli insuccessi. Tra le pieghe di un linguaggio imbastito attraverso consigli di galateo, elenchi di ricette, imperativi culinari – un parlare “vuoto” proprio come quelle ampolle riposte sotto ai tavoli – García ricama dialoghi brucianti e monologhi introspettivi, svelando verità intime e personali. 
(Sarah Curati, Paper Street)

È in atto la preparazione di un matrimonio che si consuma ancora fra corteggiamenti e scaramucce fra fidanzati litigiosi e forse ancora troppo poco convinti di compiere il grande passo. Quattro tavoli quadrati e componibili mossi sul palcoscenico come il gioco del quindici sono gli unici e validi elementi scenografici per il resto sono le esposizioni lunatiche e stravaganti di Rodrigo Garcia a farla da protagoniste. La regia di Giuseppe Roselli risulta in contrasto con la corrosiva violenza degli argomenti trattati discreta, lirica, timida, pudica, divertente a tratti quasi sottovoce. Ma basterà aprire a sorpresa sul finale dello spettacolo quelle porte scorrevoli della mente, nel buio del fondo dello spazio scenico, che ci si ritrova per opposizione in una galleria degli orrori, mostri dell’inconscio ricreati e rappresentati dalle inquietanti opere scultoree di Jacopo Mandich.
(Mario di Calo, Female World)

Ancora una volta Roselli stupisce per la tenacia, con cui stavolta aggiunge al testo anche altri frammenti dello stesso autore, e per l’ostinazione con cui libera idee su idee, impedendo quasi del tutto ogni stasi sulla scena. Se – come professa il culto dell’analisi testuale – in ciascuna battuta è contenuto un mondo, il García regista ha preso la via inversa, usando il testo per farcire un’azione carnale; Roselli mette al servizio dell’alto slancio poetico tutte le possibili risorse di artigiano della scena, ottenendo però un’energia creativa insufficiente a un tale esubero di materiali. Non mancano le immagini forti e delicate, ma nonostante il pur buon lavoro degli attori (soprattutto i più agguerriti interpreti maschili), tra poesia, arte, musica rinascimentale con svisate neomelodiche, cibo, sesso e verdure l’eccesso di segni si riduce a una mancanza di organicità sia visiva che di significato. A volte l’utensile più difficile da maneggiare è proprio il senso della misura.
(Sergio Lo Gatto, Teatroeciritica)

Dall’inizio alla fine, “Note di cucina” sa scaraventare lo spettatore in un ping pong verbale di aforismi sul vivere e sopravvivere, annegare nella vita o rimanere a galla, filosofia da due soldi fatta di accostamenti ed opposizioni che inaspettatamente poi si fanno tragici, come quando una voce spezzata rivela che nella vita si prendono solo strade sbagliate ma che è impossibile non avanzare, non scegliere, non imboccarne una. Come quando si riflette sulla prigionia dell’esistenza che a tutti ha “abortito la possibilità di non nascere”.
Ne risulta un vortice verbale, ci si confonde, si perde il filo conduttore e, nonostante qualche piccola esitazione della compagnia, il risultato è quello cercato e rivelato soltanto al culmine dello spettacolo, nella stasi catartica delle stoviglie equidistanti ordinate sul tavolo, dei vassoi e dei chiaroscuri, dei dipinti sospesi sulle note del liuto, della religiosità culinaria risucchiata da ogni spettro di divinità.
(Leyla Khalil, Facciunsalto)