logopg

 

HIKIKOMORI

14hikiko2


drammaturgia Katia Ippaso e Marco Andreoli
regia Arturo Armone Caruso
con Luisa Marzotto, Giulio Pranno, Aldo De Martino
scenografia Fabio Vitale
costumi Roberto Conforti
produzione Ariel Produzioni
in collaborazione con Officinema


Hikikomori è il nome che si dà ad un fenomeno diffuso nel Giappone contemporaneo: la volontaria autoreclusione degli adolescenti che smettono di andare a scuola e si ritirano nelle loro stanze, dialogando solo con il video e a volte neanche con quello. Molti si lasciano morire. Rivisitazione contemporanea della Metamorfosi di Franz Kafka, Hikikomori di Marco Andreoli e Katia Ippaso è un dramma a porte chiuse che racconta la pressione di una società, la nostra, in cui i figli esprimono in forma drammatica, estrema, il loro disagio.
Di cosa sono fatte realmente le pareti sottili, come la carta di riso delle case giapponesi, dietro le quali si è rinchiuso il Figlio? E la camera, il luogo stesso in cui egli vive recluso che cos'è? Un luogo di confinamento, di internamento, un sacrario che custodisce un terribile segreto di famiglia, un'isola del possibile, un luogo di gestazione, un laboratorio dell'oltreumano? Oppure semplicemente una tana, un rifugio, un ventre materno, meta impossibile di un ritorno allo stato prenatale?
Dagli arredi, dagli oggetti, dalle pareti della stanza del Figlio scaturisce uno scintillio. Lampi, fiotti, rivoli di luce e di parole rivelano in trasparenza la piaga pulsante, la patologia della famiglia e del tessuto sociale che la contiene. "Le parole bruciano" dice Il Figlio Hikikomori. Le parole fanno male, scottano. Le parole si dissolvono in cenere. Tutte le parole. Le parole che scherniscono, che comandano, che separano, che abbandonano, anche quelle che amano.
Nello spettacolo, così come nel testo, non c'è un giudizio né sulla famiglia, né sulla scuola, né tanto meno sulle scelte drammatiche dell'adolescente ma solo l'urgenza di formulare delle domande. Paure, desideri, affetti negati, figure genitoriali sfocate illuminano semplicemente un possibile cammino che consenta di districarsi, di uscire dalla palude dei fraintendimenti affettivi e sociali per attingere a un modo di raccontarsi capace di ricreare i presupposti dell'incontro.
Il nostro intento è di interrogare la figura del Figlio Hikikomori per formulare delle domande, condividerle. Per arrivare a pensare, a immaginare, a sentire la nostra condizione "adulta" solo come una forma ancora incompiuta, adolescenziale, di umanità rinchiusa in una gabbia impalpabile di pregiudizio, alle soglie dell'oltreumano.