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Operamolla

 

Operamolla foto di Manuela Giusto 10


di Luca Ruocco e Ivan Talarico
con Luca Ruocco e Ivan Talarico
scene Stefania Onofrio
produzione DoppioSenso Unico, Progetto Goldstein, Teatro dell'Orologio


 

Operamolla è uno spettacolo sul tema della malattia, terzo capitolo di una Trilogia, di cui fanno parte anche La variante E.K. (sul suicidio) e gU.F.O. (sull’alienazione).

L’idea prende spunto dalla vicenda delle sorelle Tupputi, tre sorelle che appartenevano a un gruppo religioso integralista che professava la resurrezione immediata dei corpi. Autoreclusesi in una villa presso Barletta, hanno vissuto anni di delirio e malattia, trascritti dall’unica sorella rimasta in vita nei suoi diari. Nelle pagine si trovano apparizioni di santi legate a oggetti quotidiani (sveglia, lampadina), descrizione di malattie e scene surreali. Da qui è stata presa la struttura, quindi la situazione in cui due fratelli vegliano il terzo (morto? malato?) e chiedono aiuto a dei Santi incarnati in oggetti d’uso quotidiano.

Lo spettacolo è diviso in 4 momenti: il primo ha una struttura teatrale, che viene interrotta dalla morte di uno dei due fratelli “veglianti”. Il secondo momento è rituale, il pubblico si ritrova a prender parte ad una processione funebre che finisce al di fuori dello spazio teatrale. Nella terza parte tutto è meta-teatrale, il vegliante morto è diventato un guaritore e chiama a turno le persone del pubblico per ammalarle e guarirle, dimenticando di sé, fino a morire di nuovo. La quarta, breve, parte è quella in cui si concentra l’unica emozione dello spettacolo: il sottile collegamento con la realtà, nel racconto della vita di Felice Operamolla, amico degli autori, che prese parte ad un primo studio di Operamolla, appunto, e che poco dopo morì realmente di uno dei mali inscenati.

L’impianto è comico e sospeso, si ride senza sapere cosa succederà subito dopo. E si toccano anche argomenti difficili, radicati come tabù (questo è un po’ il filo di tutta la trilogia), giocandoli con leggerezza, ma non superficialità.

Ridere, ma non deridere, proprio perché tutti – gli autori per primi – profondamente coinvolti nelle situazioni proposte.

Operamolla è lo spettacolo della malattia e della guarigione, della speranza nella resurrezione e dell’inevitabile fine, che può esser felice.

 

DOPPIOSENSO UNICO

Doppiosenso Unico  è una compagnia teatrale, produzione video e musicale indipendente, fondata nel 1999 da Luca Ruocco e Ivan Talarico.

Compagnia teatrale fondata da Luca Ruocco e Ivan Talarico nel 1999. Attiva nell’ambiente romano, ha prodotto, tra gli altri, Viageatruà (2005), Le clamorose avventure di Mario Pappice e Pepé Papocchio (2008), La variante E.K. (2013), gU.F.O. (2014) portandoli in scena in giro per l'Italia.

Lo stile del duo è improntato su una comicità grottesca e ricercata, sempre attenta al linguaggio ed ai giochi di parole così come al rapporto diretto e intimo con il pubblico. L’impianto scenico è semplice, costruito intorno a situazioni spiazzanti e surreali, dai ritmi veloci e dall’umorismo disarmante.

www.doppiosensouni.com

 

 

RASSEGNA STAMPA

Si può ridere di tutto questo grazie alla costruzione di personaggi irreali, che se muoiono fanno ridere: così il pubblico partecipa a un funerale, è chiamato ad accarezzare la salma, e lo fa fingendo dolore, per convenzione, ridendo sotto i baffi (e in alcuni momenti non proprio sotto). Non c’è niente di reale. E il pubblico lo sa. Accetta il gioco, e interpreta, imbarazzato, quel ruolo superficiale che gli è stato chiesto di interpretare.
(Renata Savo, Scene Contemporanee)

 

Il duo gioca con destrezza, discrezione, ironia, leggerezza e attenzione con argomenti tabù, sui quali si riflette tra una risata e un rivolo di sudore freddo per l’eventuale imbarazzo di poter essere chiamati a rispondere dell’esito del pezzo – “stiamo qui anche due ore” – dal vago sapore dada. Le malattie dei pezzi umani rappresentati dal pubblico sono ovviamente caricature, disegni rovesciati dei problemi fisici e ontologici dell’uomo comune.
(Daniele Sidonio, Recensito)

 

È un mondo capovolto quello disegnato da Luca Ruocco e Ivan Talarico in questo Operamolla, nel quale a ribaltarsi non è solo l’approccio a temi ontologici come la relazione vita-morte, ma anche il rapporto attore-spettatore. Non è un caso che la seconda parte dello spettacolo lavori proprio su questa relazione applicandovi però una giocosità tutta dadaista che permette ai due autori di non cadere nella trappola metateatrale o di innestare quella conflittualità passionale alla Antonio Rezza, anche se del performer di Nettuno si sentono alcuni ritmi, certe melodie recitative o accostamenti paradossali.
(Andrea Pocosgnich, Teatroecritica)

 

Tra simulazione e ripetizione, tra accanimento terapeutico e nemesi medica, passando per il circolo vizioso della cura e il rovello meta-linguistico (“non faccio le finte, faccio le prove” confessa Talarico), tra ritorsioni e invenzioni linguistiche, nascono formidabili nuove patologie frutto di ipocondria forzatamente indotta. Fra gli altri, il sollevatore di morale, il tumorato di dio, il masticatore di pensieri, pescati a sorte tra i convitati e invitati a superare la loro prova di mortale sopravvivenza difronte alla platea.
(Salvatore Insana, KLP)

 

Attraverso l’ironia, dunque, lo spettacolo ci getta in faccia, come una secchiata d‘acqua gelida, le nostre paure più recondite, ci ricorda del nostro essere mortali e ci esorta, insomma, a scrollarci di dosso l’indifferenza che proviamo nei confronti della morte, come se fosse qualcosa che non ci riguardasse.
(Sarah Curati, Paper Street)