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CUORO

cuoro


uno spettacolo di e con Gioia Salvatori
regia Giuseppe Roselli
aiuto regia Francesca Romana De Berardis, Mariasilvia Greco
disegno luci Javier delle Monache
scene Ciro Paduano
costumi Francesca Di Giuliano
organizzazione Le Due Murene
col sostegno di Carrozzerie n.o.t
produzione Progetto Goldstein / Teatro dell’Orologio


 

Cuoro - lo spettacolo vuole presentare al pubblico le tematiche del disagio della generazione dei trentenni, incarnati nella figura di una donna, attrice, autrice, artista e precaria della vita. Il pubblico è invitato a prender parte ad un’esibizione intima e dissacratoria della vita partendo dal punto di vista particolare e linguisticamente giocoso del blog ma passando per le caratteristiche peculiari di un’attrice esplosiva e comica. Cuoro parla della difficoltà dello stare innanzitutto a contatto con se stessi, con i propri desideri ma anche con le proprie idiosincrasie, con i dubbi, ma anche dandosi la possibilità di giocare con le domande che ci si pone, e mentre si sperimenta questa difficoltà di stare a galla, in mezzo accade la vita, e si passa dall’aver a che fare con se stessi, ad aver a che fare con gli altri: la famiglia, gli amici, la società, l’amore.
E sull’amore ci si arena sempre un po’, ci si inceppa, ci si blocca.
Poi si ricomincia.
Si prova a ridere di quanto tutto questo incespicare sia un po’ vivere, portandosi avanti, cercando di mordere con autenticità le cose, i desideri, il piacere e anche il dolore.
Ognuno per quello che ha con quello che può.
Non consola del tutto ma siamo così: umani, imperfetti, da ridere.

 

Gioia Salvatori nasce a Roma dove manifesta i primi fastidi. Esperta soprattutto di cose futili ad un certo punto si laurea in scienze umanistiche. Mentre la vita scorre, essa pratica il teatro, prima durante l’università con Bruce Myers e Claudio De Maglio e poi al Teatro Due di Parma dove incontra il lavoro, tra gli altri, di Michela Lucenti/Balletto Civile e Gigi Dall’Aglio. Passano gli anni ed essa si produce nello studio della recitazione e nell’ incontro con diversi registi con cui collabora. In un momento di horror vacui apre un un blog per aggiungere paglia all’ inutile fuoco della comunicazione del niente e questo perchè deve dire la sua, la deve dire, oh se la deve dire, la deve dire, la deve dire, dire, dire. Mentre il mondo si produce in azioni concrete essa si consuma di passione per i panini. Va nel panico.
Non tace mai.

Giuseppe Roselli ha portato in scena e curato la regia di alcuni importanti testi contemporanei come John di Wajdi Mouawad, Bambiland di Elfriede Jelinek, Dovevate rimanere a casa, coglioni di Rodrigo García e Carta de Amor di Fernando Arrabal.

 

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Il grande merito di Cuoro sta nella sua svagatezza, in quell'assoluta mancanza di pretenziosità che lo rende involontariamente rappresentativo di una generazione abbandonata nonché rapidamente scansata dai più tecnologici e competitivi "Millennials". Al di là della sua trasversalità, infatti, Gioia Salvatori parla a un pubblico di coetanei, ne irride le debolezze identitarie e ne recupera al tempo stesso l'immaginario collettivo: il suo inventario comico, apparentemente casuale, è ricco di una cultura alternativa dissimulata (come le Favole al Telefono di Rodari o le geniali macchine di Munari) che filtra acutamente le tendenze più becere e pop-occidentali degli ultimi anni senza mai scadere però nella trivialità (non una sola parolaccia).
(Giulio Sonno, Paper Street)

 

Gioia Salvatori è anche un’attrice “purosangue”, diremmo in questi casi. Il suo corpo, poderoso e spesso brillante di autoironia e insieme di fierezza, diventa una mappa, una tavola magnetica su cui si fissa una raffinatissima grammatica dei segni. Gli occhi tondi e sgranati ricordano le espressioni di uno stralunato fumetto, la voce è flessuosa e capace di scalare e ridiscendere registri lasciandosi andare al canto solo in apparenza sguaiato, invece molto preciso.
I numerosi frammenti di Cuoro, sparsi tra realtà e virtualità, vengono maneggiati con astuzia dalla direzione di Giuseppe Roselli: essa cerca più volte, quasi sempre con successo, di stemperare l’enorme personalismo offerto dalla combinazione autrice del blog+attrice potente, a rischio di creare un’interpretazione solipsistica e di non sicuro effetto appena fuori da circuiti familiari.
(Sergio Lo Gatto e Andrea Pocosgnich, Teatroecritica)

 

CUORO è una vera esplosione di tracimante creatività e caustica ironia, un progetto di grande originalità e rigenerante brillantezza.
Chi finora se lo sia lasciato sfuggire farebbe bene a non ripetere questo drammatico errore.
Chi annaspa tra i dubbi martellanti e i piccoli disagi del quotidiano farebbe bene ad abbeverarsi al delirante pragmatismo delle saporite ricette esistenziali di Gioia Salvatori, ben amalgamate e aromatizzate dall'effervescente regia di Giuseppe Roselli.
(Andrea Cova, Saltinaria)


 

Note di cucina

notedicucina


di Rodrigo García
con Giancarlo Fares, Giorgio Carducci, Raffaella Cavallaro, Alessandro Porcu, Sara Valerio Greco
adattamento e regia Giuseppe Roselli
al liuto Simone Colavecchi
scene Ciro Paduano
costumi Francesca Di Giuliano
disegno luci Marco Scattolini
aiuto regia Cecilia Di Giuli
consulenza musicale Maurizio Farina
foto e grafica Manuela Giusto e Omar Falcini


 

 

In Note di cucina quattro esseri umani parlano tra loro, ma c’è qualcuno che non è d’accordo e vuole parlare da solo. Ci sono anche un cantante e un liutista. Il loro parlare è un bizzarro elenco di appunti per fare bella figura con gli ospiti, di ricette e di consigli. I pensieri più oscuri e le emozioni più intime vengono esibiti come succulente e ricche pietanze su una tavola imbandida a festa. Note di cucina è uno spettacolo teatrale, è sedersi ad ascoltare e ridere della lotta per la sopravvivenza di quattro attori su un palco, è una festa di matrimonio. Ma è anche un elenco di consigli da non ascoltare, la dimostrazione che c’è qualcuno che ha, da sempre, provato a ingannarci.

Note di cucina, appunti per mangiare meglio, per vivere meglio in società, racconti di vite vissute al massimo delle proprie possibilità. Si parla di umanità e di relazioni.

Note di cucina scomoda il Rinascimento italiano e le regole del galateo per parlarci di contemporaneità. Note di cucina fa parlare le donne stufe degli uomini. Racconta di uomini che vogliono mangiare le donne o semplicemente invitarle a cena, ma che comunque le amano.
Note di cucina riversa su una tavola sempre troppo piena o troppo vuota l’insicurezza e l’istinto di piacere di uomini e donne che si confondono, si cercano, si perdono e si rivendicano. La musica è il loro tempo. E il tempo spesso è speso male.

Giuseppe Roselli

 

 

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Di fronte al pubblico, con tanto di grembiule, i quattro tagliuzzano zucchine, martellano carote e stendono la pasta per il pane, ma ciò che i personaggi sembrano sezionare, in realtà, è propria la loro vita: li vediamo maneggiare gli utensili da cucina come armeggiassero con un coltello che scava nelle piaghe, nelle frustrazioni, nei rimpianti e negli insuccessi. Tra le pieghe di un linguaggio imbastito attraverso consigli di galateo, elenchi di ricette, imperativi culinari - un parlare “vuoto” proprio come quelle ampolle riposte sotto ai tavoli - García ricama dialoghi brucianti e monologhi introspettivi, svelando verità intime e personali. 
(Sarah Curati, Paper Street)

 

È in atto la preparazione di un matrimonio che si consuma ancora fra corteggiamenti e scaramucce fra fidanzati litigiosi e forse ancora troppo poco convinti di compiere il grande passo. Quattro tavoli quadrati e componibili mossi sul palcoscenico come il gioco del quindici sono gli unici e validi elementi scenografici per il resto sono le esposizioni lunatiche e stravaganti di Rodrigo Garcia a farla da protagoniste. La regia di Giuseppe Roselli risulta in contrasto con la corrosiva violenza degli argomenti trattati discreta, lirica, timida, pudica, divertente a tratti quasi sottovoce. Ma basterà aprire a sorpresa sul finale dello spettacolo quelle porte scorrevoli della mente, nel buio del fondo dello spazio scenico, che ci si ritrova per opposizione in una galleria degli orrori, mostri dell’inconscio ricreati e rappresentati dalle inquietanti opere scultoree di Jacopo Mandich.
(Mario di Calo, Female World)

 

Ancora una volta Roselli stupisce per la tenacia, con cui stavolta aggiunge al testo anche altri frammenti dello stesso autore, e per l’ostinazione con cui libera idee su idee, impedendo quasi del tutto ogni stasi sulla scena. Se – come professa il culto dell’analisi testuale – in ciascuna battuta è contenuto un mondo, il García regista ha preso la via inversa, usando il testo per farcire un’azione carnale; Roselli mette al servizio dell’alto slancio poetico tutte le possibili risorse di artigiano della scena, ottenendo però un’energia creativa insufficiente a un tale esubero di materiali. Non mancano le immagini forti e delicate, ma nonostante il pur buon lavoro degli attori (soprattutto i più agguerriti interpreti maschili), tra poesia, arte, musica rinascimentale con svisate neomelodiche, cibo, sesso e verdure l’eccesso di segni si riduce a una mancanza di organicità sia visiva che di significato. A volte l’utensile più difficile da maneggiare è proprio il senso della misura.
(Sergio Lo Gatto, Teatroeciritica)

 

Dall’inizio alla fine, “Note di cucina” sa scaraventare lo spettatore in un ping pong verbale di aforismi sul vivere e sopravvivere, annegare nella vita o rimanere a galla, filosofia da due soldi fatta di accostamenti ed opposizioni che inaspettatamente poi si fanno tragici, come quando una voce spezzata rivela che nella vita si prendono solo strade sbagliate ma che è impossibile non avanzare, non scegliere, non imboccarne una. Come quando si riflette sulla prigionia dell’esistenza che a tutti ha “abortito la possibilità di non nascere”.
Ne risulta un vortice verbale, ci si confonde, si perde il filo conduttore e, nonostante qualche piccola esitazione della compagnia, il risultato è quello cercato e rivelato soltanto al culmine dello spettacolo, nella stasi catartica delle stoviglie equidistanti ordinate sul tavolo, dei vassoi e dei chiaroscuri, dei dipinti sospesi sulle note del liuto, della religiosità culinaria risucchiata da ogni spettro di divinità.
(Leyla Khalil, Facciunsalto)